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martedì 20 marzo 2012

L'Austerity della porta accanto

Quando qualcuno proclama l'Austerity, la invoca sempre per qualcun altro. La sindrome Nimby: mai nel mio giardino, ma se il mio vicino deve essere messo "a pane e acqua", ben venga. Ma quando il Quirinale non taglia di un euro le sue spese, e proclama l'Austerity per gli altri, ci lascia basiti. Non dubitiamo che il professor Giavazzi abbia ragione: "Alti dirigenti dello Stato che asseriscono l'impossibilità di tagliare anche di un solo euro la spesa pubblica, difendono l'assoluta necessità dei 30 miliardi che ogni anno lo Stato trasferisce ad imprese pubbliche e private: tutti essenziali, e soprattutto quelli destinati alle aziende nei cui consigli di amministrazione essi siedono da anni".

Ecco, l'Italia della sindrome NIMBY: l'Austerity fatela voi, che a me vien da ridere! E i tagli, meglio all'erba del vicino - che, si sa, è sempre più verde.

E invece che strafogarci di tasse, avrebbero dovuto tagliare la spesa pubblica. Ed investire in Digitale e IT, come Roosevelt investì in cultura come risposta alla crisi del '29.

domenica 9 gennaio 2011

Negli Usa una pallottola nel cranio di Giffords, in Italia pestato Adinolfi. Le rivolte nel Maghreb dell'inflazione. La crisi genera caos e violenza?

I fatti sono locali, senza alcuna liaison fra loro, ma stupisce (o forse non stupisce) la violenza cieca, barbara e primordiale degli atti avvenuti a distanza di migliaia di chilometri fra loro, in situazioni diversissime non confrontabili, ma accomunate da un vago fil rouge. E in una straniante contemporaneità. Ecco i fatti.

Negli Usa, nella città di frontiera Tucson nella polverosa Arizona, un folle spara alla donna del Congresso Usa, la democratica Gabriel Giffords, politico che difende le leggi sulle staminali, sull'aborto e sui diritti degli immigrati. Affronto ideologico per i Tea party che porta dritto Giffords sulla "lista nera" di Sarah Palin.

Trasvoliamo l'Atlantico. In un'Italia, paralizzata in attesa del Referendum di Mirafiori (sull'aut aut che non è di Marchionne, bensì dei diktat della globalizzazione in un mondo saturo di automobili), succede un altro fatto locale. Un gruppo di otto teste rasate aggredisce Mario Adinolfi, blogger di area Pd, ora impegnato in una nuova avventura editoriale.

Attraversiamo il Mediterraneo e passiamo al Maghreb. Scontri in Tunisia: almeno 20 morti. L'Algeria è in rivolta da giorni per l'impennata del prezzo del pane.
L'inflazione (che significa una cosa sola: trasferire i debiti nelle tasche di tutti i cittadini, poveri compresi, senza dover aumentare le tasse ai ricchi) mette a ferro e fuoco il Nord Africa.

Tutti questi tragici fatti sono fra loro scollegati. E sarebbe non solo imprudente, ma bizzarro e folle cercarvi un comune denominatore. Tuttavia c'è un ma. Una sottile linea rossa in realtà li unisce tutti: in questo mondo, dove nel 2010 l'economia è cresciuta del 5% senza che se ne accorgesse nessun cittadino occidentale (o quasi) (in quanto la cavalcata dei Pil è avvenuta nei paesi Bric all'avanguardia della globalizzazione), c'è malcontento. Ansia. Paura. Crisi: la Jobless recovery (la ripresa senza creazione di posti di lavoro) paralizza il cittadino comune della Middle Class. La classe media è il grande perdente nella partita a scacchi della Globalizzazione.

La fiammata inflazionistica nei paesi dove gli aumenti di stipendi sono solo un lontano ricordo, terrorizza: perché erode potere di acquisto.

E' vero che dal '29 si uscì solo con una grande guerra, e in tempo di pace solo l'inflazione aiuta gli Stati ad uscire dalla crisi e dalla spirale del debito, contratto per evitare lo tsunami bancario? Può darsi. Ma un conto è pagare quella subdola tassa dell'inflazione in un momento di crescita e di ottimismo generale; o anche in un clima di unità nazionale nel corso di uno sforzo bellico; un altro è calcolare l'inflazione su una torta già impoverita dal protratto tirare la cinghia. E, dopo il 2009 nero del crack di Wall Street, l'inflazione fruga nelle tasche di chi non ha più niente. Neanche da perdere.

Nel 2011 molti piccoli dovranno "morire". E questo genera paura. Odio. E la paura arma prima i teppisti, i diseredati, i drop out, quindi i folli e gli assassini... E' la storia ad insegnarcelo.

La globalizzazione è un fatto ormai irreversibile. Tuttavia non governarla è da irresponsabili e folli: è vero che le "conquiste (salariali, sindacali eccetera) sono state inerosabilmente erose dalla Storia", ma nessun cittadino della Middle Class americana o europea vuole finire a lavorare nelle stesse condizioni che abbiamo visto dentro Foxconn. A 50 centesimi all'ora, in condizioni di vita bestiali.

Ed ha ragione Giovanni Sartori, nell'editoriale del Corriere della Sera dell'8 gennaio 2011, quando sottolinea l'ottimismo e l'illusione di alcuni Chicago Boys: l'Economist ci invita a tornare ad essere ottimisti. Evviva: allora diano il buon esempio i cultori della felicità, dell'illusione strabica e dell'ottimismo, a partire dai giornalisti del settimanale inglese. Si riducano il proprio stipendio di 3-4 volte, se è ciò che chiedono per tutti noialtri!

In un mondo globalizzato il lavoro va dove costa meno. Ma la paura resta, inchiodata, dove l'ultima fabbrica chiude. Dove il lavoro è volato via. Dove il potere d'acquisto è corroso dall'inflazione. E la paura genera mostri. Ovviamente nessuno spera che ciò accada, ma purtroppo sta già succedendo. Questa Globalization da Tea party e Chicago Boys offre a mani larghe bonus infiniti, quasi senza tasse, per i ricchi (per i quali l'inflazione è una sbavatura, solo una X nel ciclo dell'azoto...). Questa globalizzazione, se non verrà finalmente accompagnata da una crescita generale per tutti (classe media compresa), non più cavalcata come una tigre bensì guidata da una governance intelligente, è criminogena.

La Cina ha un surplus pazzesco (200 miliardi di euro) a causa della pirateria IT e a causa del dumping sui diritti dei lavoratori (vedi: Foxconn). Se Pechino non rispetterà i diritti di proprietà intellettuale, i diritti (minimi) dei lavoratori e i diritti umani dei cittadini, la globalizzazione non funzionerà mai. Ma continuerà solo a erodere fiducia, tagliare posti di lavoro in occidente e a creare squilibri forieri di guai.

Diventare tutti ricchi è utopico e impossibile per la legge dell'entropia. Ma diventare tutti poveri, con una manciata di oligopolisti ricchissimi e inavvicinabili, è inesorabilmente sovietico e bolscevico. A chi giova?

Tecnologia e democrazia sono la forza del blocco euro-americano. Difenderli è l'unico modo per non soccombere alle sfide del 2011. L'occupazione Usa tornerà alla normalità forse fra 5 anni: ma cinque anni sono lunghi, soprattutto per chi non ha un lavoro e le giornate sono tutte uguali e non finiscono mai. Se la globalizzazione non verrà governata su binari meno traumatici, i fatti di questi giorni, oggi sconnessi fra loro, si moltiplicheranno in una spirale d'odio e violenza cieca. Forse produrranno i neo-rivoluzionari del XXI secolo, chissà. Ma in una notte dove tutte le vacche sono nere, nessun pasto è gratis. La violenza virulenta, alla lunga, uccide la democrazia e i salti nel buio sono indecifrabili per definizione.
M.C.

giovedì 3 dicembre 2009

Risposta a Giavazzi: Perché le donne sopportano un peso così sproporzionato? Darwin le dice nulla?

Francesco Giavazzi, nell'articolo "Famiglia, le virtù e i costi (alti) del Welfare all'italiana", chiede alle donne del Belpaese di illustrargli perché accettano di sopportare un peso così sproporzionato: le donne cioè non rientrerebbero nel mondo produttivo, non per la cronica mancanza di asili nido, ma per colpa loro. Insomma, c'è un po' di Dna patriarcale ed Eva contro Eva in questo interrogativo: a remare contro le donne sono le donne stesse: è una sub-cultura che le tiene attaccate al focolare, ad accudire bimbi, anziani e genitori. Ma è proprio così?

Partiamo dall'uso della parola "colpa", innanzitutto. Sa tanto di mela da non cogliere e di cacciata dal Paradiso terrestre. In fondo, se non funziona qualcosa nella società, cherchez la femme. Facile, no? L'uso dell'espressione ha l'amaro retrogusto dello scaricabarile: se certi comportamenti non si impongono nella società, è responsabilità di chi non protesta, ma vota turandosi il naso. E' come se alle donne andasse, in fondo, bene così. Ma certi cambiamenti dovrebbero essere priorità di tutti! E non solo delle donne: qui va chiesta la rottura culturale degli uomini stessi. Una cesura col passato, chiara e netta .

Sono gli uomini a doversi interrogare per primi, dopo millenni di patriarcato entrato nel Dna, su quante rinunce abbiano fatto nella loro vita per "spezzare il circolo vizioso" (Susanna Camusso): quanti uomini hanno rinunciato a qualcosa nella loro professione, per consentire alle donne di non uscire dal mondo del lavoro o per aiutarle ad averne uno proprio? Il coming out deve essere maschile. Innanzitutto.

Quanti uomini hanno calcolato quanto lavoro domestico delle donne abbia agevolato la loro vita professionale e pubblica?

Capitolo asili-nido parcheggio: ma siamo sicuri che le donne non preferiscano il tele-lavoro (anche temporaneo) oppure dei voucher o forme di de-tassazione piuttosto che parcheggiare i figli in asili nido? Secondo la filosofia steineriana, i bambini fino a 3 anni non sono pronti per la socializzazione scolastica (lo dicono anche tanti Primari di Pediatria). Numerose donne vorrebbero avere 3 anni di flessibilità oppure di tele-lavoro (od altro) per accompagnare, dolcemente, i loro bambini alla scuola dell'infanzia, senza perdere il lavoro (e lo stipendio). Ma, poi, una volta inseriti i bimbi nella scuola, preferirebbero trovare asili dell'infanzia con orari non rigidi e burocratici, bensì elastici: negli Usa esistono asili che aprono alle 6 di mattina e, in teoria, chiudono alle 19 di sera: non per imporre orari da caserma a "piccoli soldatini", ma per consentire alle mamme lavoratrici orari flessibili (non tutte lavorano timbrando il cartellino; gli orari fissi non si conciliano con la flessibilità degli orari e dei turni di tante professioni attuali). Mamme felici e professionalmente realizzate, sono mamme migliori: lo dice anche Michelle Obama.

Capitolo maternità. La materinità oggi è un lusso per le precarie: chi scrive ha lavorato fino al giorno prima del parto e ricominciato a scrivere al compimento del terzo mese del figlio. Senza consumare un euro di Welfare. Ma con l'incubo che, per tre mesi "persi" (e 12 mesi di felicissimo allattamento!), potesse perdere non tanto il lavoro, quanto per esempio la possibilità di iscriversi all'Albo Giornalisti Pubblicisti (che richiede 24 mesi di pubblicazioni in continuità).
Quante precarie rinunciano alla maternità per evitare simili dilemmi? Quante aspettano di fare un figlio allo scadere dell'orologio biologico (compromettendo la propria possibilità di diventare mamme, per il decrescere della fertilità), a causa dell'insicurezza e dell'assenza di tutele?

Le garanzie de facto possono paralizzare "in privilegi alcuni lavori" e lasciare fuori per sempre "chi si allontana per qualche anno"? (Selma Dall'Olio).

Infine, le quote rosa: chiamate così, hanno il sapore della sconfitta. Della riserva per salvare i Panda dall'estinzione (con tutto il rispetto per i Panda!). La sociologa Chiara Saraceno allora ribalta la frittata: "Si tratta da parte degli uomini di cedere il loro monopolio del potere, (...) perché le donne sono lontane dai posti di decisione, dai bilanci".

Ma gli uomini sono disposti a cedere il timone?

E le donne, invece, sono disposte a impegnarsi in battaglie civili "di lunga durata ed esito incerto" invece di continuare ad arrabattarsi, a cercare espedienti e a volte abbassarsi a compromessi che le umiliano o che creano alienazione e frustrazione?

Insomma, tutto questo per dire: se vogliamo porre sul tavolo una riscrittura del Welfare, facciamolo dopo aver sondato tutta la questione femminile, e non soltanto alcuni aspetti, sfaccettature magari più mediatiche e appariscenti. Cambiare una società è difficile, si sa: ma è possibile solo nel quadro di una franco dibattito culturale, che investa l'intera società: uomini compresi. Oggi, a pesare, è soprattutto la divisione fra lavoratrici di serie A (privilegiate, ma neanche troppo! anzi poco!, ma interamente protette dal Welfare) e lavoratrici di serie B (che non possono ammalarsi, che non fruiscono di giorni di malattia se non teorici, che non godono del diritto alla maternità, ma a cui vanno soltanto le "briciole del Welfare").

Questo è il vero nodo: il resto sono sofismi, anche non banali ed interessanti, ma che non arrivano al fondo della questione.

Oggi tutti citano Darwin: «Tutti gli esseri viventi sono esposti a una forte competizione», «Quanto più nascono individui in grado di sopravvivere, tanto più deve esserci una lotta per l'esistenza», «Ogni essere vivente deve lottare per la propria vita e sopportare una grave distruzione. I più forti, i più sani e i più felici sopravvivono e si moltiplicano».

Ecco, se il darwinismo è vero per gli uomini, per le donne, è ancora più vero. La nostra è una pura lotta darwiniana per la sopravvivenza nel mondo del lavoro e nella società. Che fare?

Mirella Castigli

mercoledì 2 dicembre 2009

Disoccupazione femminile e i Soliti Sospetti

I dati Istat sulla disoccupazione sono allarmanti: due milioni sono le persone in cerca di lavoro, l'8% (ancora sotto la media Ue del 9,3%). Ma a far un po' rabbrividire, è che la disoccupazione cala come una scure sulla testa di donne e giovani: gli atipici perdono lavoro e sono senza rete (se non raccolgono le briciole del Welfare); le donne pure.

Ma, secondo Francesco Giavazzi, è un po' colpa delle donne, se poi non rientrano nel mondo produttivo. Ormai è la sindrome dello scaricabarile. Ma sì: le donne sono tra le prime a perdere il lavoro (lo dice l'Istat), ed è pure colpa loro se preferiscono fare le mamme o accudire i familiari, invece che rientrare in ufficio o in fabbrica. La quadratura del cerchio? A noi sa di botte piena e moglie ubriaca...

E poi Giavazzi chiede con simpatia 2.0 alle lettrici del Corriere della Sera di spiegargli "perché le donne italiane accettano di sopportare un peso tanto sproporzionato".

Non si preoccupi, Dottor Giavazzi: anche noi glielo spiegheremo. Intanto lei ci illustri perché noi donne siamo le prime ad essere licenziate (qualche sospetto lo abbiamo, ma non vogliamo fare le noiose dietrologhe!). Lei ci interpreti i dati Istat e noi le diremo perché alcune perdono forse la voglia di ricercare un impiego e preferiscono affaticarsi in noiosi lavori domestici... ("noi" in senso lato: non tutte!)

Intravede i soliti sospetti? Il circolo vizioso e il cane che si morde la coda... non le dicono proprio nulla? Alla prossima puntata con il nostro point of view. Femminile e un po' licenzioso (almeno finché non ci licenziano :)