- Repubblica.it: Web in rivolta: "Boicottiamo Rai1, è TeleArcore"
- Corriere.it: Berlusconi: «È colpa dei media»
Il blog Vecchiefarab(r)utte è dedicato a tutte le donne (e cyber-attiviste) che in Italia quotidianamente subiscono (o avvertono) discriminazioni in base al sesso e sono sottoposte alle (dis)pari opportunità
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martedì 20 settembre 2011
Tele (H)ar(d)core ha stufato gli italiani
Minzolini con un editoriale che entrerà nella storia della Black propaganda. Caso classico di Reality distortion field. Poi uno straripante Ferrara che, pur essendo più astuto del direttore del Tg1, ha cercato di limitari i danni del Cav. Ma la black propaganda ormai non incanta più nessuno... Tele (H)ar(d)core ha stufato gli italiani? Certo, visto che un terzo del nostro tempo ormai lo passiamo su Facebook e non più a guardare il TG1. Forse, il Premier che storpia in Gògol la pronuncia del nome del motore di ricerca Google, ancora non se n'è accorto. Chi è impegnato troppo a "far girare la patonza", invece dell'economia, non sa forse che cosa giri sul Web. E che l'online sta insidiando il Quarto Potere...
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lunedì 19 settembre 2011
Il Reality distortion field del Premier "a tempo perso"
Abbiamo un Premier "a tempo perso", per sua stessa ammissione (telefonata ad un'olgettina). Abbiamo un paese il cui debito cresce vertiginosamente, perché la crescita è fiacca, e sfiora orma il 123% del Pil. Abbiamo un paese sfiduciato, sfiancato da 20 anni di litigi e da una malinteso bipolarismo, dove un giovane su tre è disoccupato e dove chi lavora convive con la precarietà.
Ma il Premier "a tempo perso" non crede al taglio del rating dell'Italia. Dopo un eroe per caso, assisteremo ad un altro film "La bancarotta per accidente"? Invitiamo alla calma il direttore del TG1, Augusto Minzolini che sembra, sempre più, l'ultimo giapponese in trincea, che non vuole credere alla sconfitta e vuole combattere anche dopo la firma della pace... Minzolini che chiede al Premier di non dimettersi, di fronte al disastro dell'economia, è il segno del Time-Out. Quando un giornalista non racconta più la realtà (al TG1 non l'ha mai raccontata), ma incita alla resistenza, ha decisamente passato il confine. Oltre, non vorremmo andare. Anche perché il Premier e Minzolini sono abbacinati dal Reality distortion field. Scambiano per Realtà le loro Fantasie?
- Corriere.it: Minzolini in tv: "Berlusconi non si dimetta"
- Repubblica.it: Berlusconi: "Colpa dei media, realtà è diversa"
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lunedì 25 ottobre 2010
Matteo Renzi: "Sul degrado urbano noi possiamo recuperare, ma sul degrado di una professione Minzolini ha già dato il massimo..."
Matteo Renzi contro Augusto Minzolini, 3 a 0. Il battibecco avviene su Facebook, ma poi qualcuno usa il servizio pubblico fuori luogo. "Sul degrado urbano noi possiamo recuperare, ma sul degrado di una professione Minzolini ha già dato il massimo...". Firenze ha tanti problemi come ogni città con un'area metropolitana vastissima. Ma il TG1 usato come una "buca delle lettere dei propri rancori personali", sarebbe una lectio magistralis di giornalismo? A me ricorda il giornalino di "Lotta continua" dei tempi bui... Il '77 in versione centro-destra non ha nulla di liberale, ma sembra un film già visto: dagli esiti funesti. Matteo Renzi ha ragione.
mercoledì 7 aprile 2010
Videocracy in rosa e le "hostess dell'informazione": il giornalismo senza meritocrazia non è "cane da guardia" del potere
Sono state (e alcune sono tuttora) belle, forse oltre gli standard Bbc, le tele-giornaste dei TG della Rai. Come le hostess Alitalia, famose nel mondo per la loro avvenenza. Ma la camicetta sbottonata al "punto giusto", il "paio di gambe" sotto il tavolo trasparente, lo "sguardo seducente", i ritocchini, il porgere le notizie con "tono carezzevole" e talora lo "sguardo ammiccante", hanno fatto il loro bene? Ma soprattutto hanno fatto il "bene" del giornalismo dalla schiena dritta e watch-dog? Quante di loro diventeranno direttori di Tg con l'autorevolezza di Bianca Berlinguer (mai ammiccante e carezzevole)?
Se la Rai non è la Bbc, non è solo responsabilità di improbabili direttorissimi (che s'inventano ancor meno autorevoli ed evanescenti editoriali non di carta) e sgomitanti redattori maschi. La meritocrazia insomma non è un optional.
Diciamo la verità: le tele-giornaliste italiane, tutte troppo belle (mai brutte, pura casualità?), sono tutte-tutte autorevoli (come Berlinguer, Botteri, Maggioni e Gabanelli... tanto per citare le più famose!) o a volte hanno strizzato l'occhio al ruolo incerto di "hostess dell’informazione" come tempo fa ha scritto con consueta ironia e chirurgica spietatezza il più famoso critico televisivo italiano, Aldo Grasso?
Fare carriera con lottizzazioni e bellezza, paga? Oppure fa deragliare l'autorevolezza?
Il tempo passa inesorabile e senza pietas per tutti: costruire una carriera sull'avvenenza e sulla gioventù è un'arma a doppio taglio. Prima o poi si ritorcerà contro le donne che ci "hanno giocato su". Perché ci sarà sempre una donna più seducente, più ammiccante, più carina di noi: ma soprattutto più giovane e più propensa a compromessi di tutte noi. E il rischio è quello di essere messe in soffitta come Marx e le vecchie ciabatte, senza che nessuno si ricordi del nostro lavoro. Ne vale la pena?
Con questo chiudiamo l'auto-referenziale trittico sulle donne in Tv. La video-cracy impera dai Tg al talk-show. Denunciarlo è come scoprire l'acqua calda: banale :(
Però metterlo nero su bianco, può essere utile e istruttivo per le giovani tele-giornaliste di domani (largo alle giovani: toccherà a voi, ragazze!): puntate solo e soltanto sulla meritocrazia, e mai (mai!) su tessere, lottizzazioni e bellezza.
Dum loquimur, fugit invida aetas (Orazio)
Se la Rai non è la Bbc, non è solo responsabilità di improbabili direttorissimi (che s'inventano ancor meno autorevoli ed evanescenti editoriali non di carta) e sgomitanti redattori maschi. La meritocrazia insomma non è un optional.
Diciamo la verità: le tele-giornaliste italiane, tutte troppo belle (mai brutte, pura casualità?), sono tutte-tutte autorevoli (come Berlinguer, Botteri, Maggioni e Gabanelli... tanto per citare le più famose!) o a volte hanno strizzato l'occhio al ruolo incerto di "hostess dell’informazione" come tempo fa ha scritto con consueta ironia e chirurgica spietatezza il più famoso critico televisivo italiano, Aldo Grasso?
Fare carriera con lottizzazioni e bellezza, paga? Oppure fa deragliare l'autorevolezza?
Il tempo passa inesorabile e senza pietas per tutti: costruire una carriera sull'avvenenza e sulla gioventù è un'arma a doppio taglio. Prima o poi si ritorcerà contro le donne che ci "hanno giocato su". Perché ci sarà sempre una donna più seducente, più ammiccante, più carina di noi: ma soprattutto più giovane e più propensa a compromessi di tutte noi. E il rischio è quello di essere messe in soffitta come Marx e le vecchie ciabatte, senza che nessuno si ricordi del nostro lavoro. Ne vale la pena?
Con questo chiudiamo l'auto-referenziale trittico sulle donne in Tv. La video-cracy impera dai Tg al talk-show. Denunciarlo è come scoprire l'acqua calda: banale :(
Però metterlo nero su bianco, può essere utile e istruttivo per le giovani tele-giornaliste di domani (largo alle giovani: toccherà a voi, ragazze!): puntate solo e soltanto sulla meritocrazia, e mai (mai!) su tessere, lottizzazioni e bellezza.
Dum loquimur, fugit invida aetas (Orazio)
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martedì 6 aprile 2010
La Rai non è la Bbc: con pochissime donne e troppi precari
La Rai, neanche quella dei tempi d'oro, non è mai stata la Bbc. La Rai è sinonimo di lottizzazione. La Rai è un carrozzone in "caduta libera" (perde share in "Free fall"). La Rai è un problema e non la soluzione?
Però. C'è un però. Busi sì Busi no (in fondo è una querelle fra una dipendente e il suo datore di lavoro: la lottizzazione è estranea all'atto di assunzione o all'eventuale "allontanamento" di un giornalista Rai? Ma quando mai?), Minzolini sì o no (questa invece è una questione pubblica: perché il suo TG1 avrebbe dato almeno un paio di notizie non vere senza rettifica), la vicenda Rai mette in luce la questione di genere e fa emergere altri nodi irrisolti.
Negli Usa Richard Posner ha scritto prima "Il fallimento del capitalismo" e ora ha mandato alle stampe "La crisi della democrazia capitalista". La crisi economica sta diventando una crisi della democrazia?
A giudicare anche dal "caso Rai", anche in Italia, parrebbe proprio di sì. Ormai in Italia, finita l'era delle lenzuolate liberiste, si sta tornando alle corporazioni e alla difesa degli orticelli (ognuno il suo e con sindrome Nimby ben accentuata).
Ma il caso Rai è anche uno specchio della società italiana dove il Gender Gap non demorde. Al Tg1 su 129 giornalisti soltanto 29 sono donne; su 27 dirigenti solo 2 sono donne. Ma alla Rai, su 2.300 giornalisti ben 600 sono precari. Tutto bene dunque, anche se Minzolini e Busi facessero pace? No. I problemi Rai vanno ben oltre i personalismi e la "fidelizzazione dei (soliti) volti noti".
Ebbene no: la Rai non è la Bbc. E chi difende a spada tratta la Rai degli ultimi 30 anni come "esempio di democrazia", difende de facto la lottizzazione, il Gender Gap, l'auto-referenzialità dei media e la crisi della politica (e forse anche della democrazia). Cui prodest?
Però. C'è un però. Busi sì Busi no (in fondo è una querelle fra una dipendente e il suo datore di lavoro: la lottizzazione è estranea all'atto di assunzione o all'eventuale "allontanamento" di un giornalista Rai? Ma quando mai?), Minzolini sì o no (questa invece è una questione pubblica: perché il suo TG1 avrebbe dato almeno un paio di notizie non vere senza rettifica), la vicenda Rai mette in luce la questione di genere e fa emergere altri nodi irrisolti.
Negli Usa Richard Posner ha scritto prima "Il fallimento del capitalismo" e ora ha mandato alle stampe "La crisi della democrazia capitalista". La crisi economica sta diventando una crisi della democrazia?
A giudicare anche dal "caso Rai", anche in Italia, parrebbe proprio di sì. Ormai in Italia, finita l'era delle lenzuolate liberiste, si sta tornando alle corporazioni e alla difesa degli orticelli (ognuno il suo e con sindrome Nimby ben accentuata).
Ma il caso Rai è anche uno specchio della società italiana dove il Gender Gap non demorde. Al Tg1 su 129 giornalisti soltanto 29 sono donne; su 27 dirigenti solo 2 sono donne. Ma alla Rai, su 2.300 giornalisti ben 600 sono precari. Tutto bene dunque, anche se Minzolini e Busi facessero pace? No. I problemi Rai vanno ben oltre i personalismi e la "fidelizzazione dei (soliti) volti noti".
Ebbene no: la Rai non è la Bbc. E chi difende a spada tratta la Rai degli ultimi 30 anni come "esempio di democrazia", difende de facto la lottizzazione, il Gender Gap, l'auto-referenzialità dei media e la crisi della politica (e forse anche della democrazia). Cui prodest?
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