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sabato 2 febbraio 2013

Mario Monti: L'Italia diventi un Paese per donne

La politica del lavoro della Lista Monti prevede che il contratto a tempo indeterminato diventi più flessibile e meno costoso.
Ma per Monti c'è anche un'altra priorità: "L'Italia diventi un Paese per donne", perché Fattore D e Womenomics valgono, fanno salire il PIL.

Inoltre Alesina e Giavazzi hanno dimostrato che l'Italia non sta utilizzando al meglio una parte importante del suo capitale umano, le donne.

A15 anni le ragazze italiane raggiungono punteggi di gran lunga superiori ai maschi in «abilità di lettura» (510 contro 464, una differenza enorme) ma anche in «abilità scientifica» (490 contro 488).

La partecipazione alla forza lavoro delle donne in Italia  è basso: solo in Messico e Turchia è inferiore che in Italia.

 

giovedì 31 gennaio 2013

Ma a parte tutto, Ingroia si sarebbe mai rivolto in quel modo a Boccassini se non fosse stata donna?

No. Il Gender Gap (uno dei problemi più aspri dell'Italia di oggi) si osserva da tanti piccoli indizi. Al magistrato Ingroia chiediamo maggiore attenzione verso questi temi. Ingroia non si sarebbe mai rivolto in quel modo sibillino a Boccassini, se fosse stato un uomo. Purtoppo è così. Fra un po' i poltici tuoneranno: "Tornate a fare la calza!".




martedì 18 dicembre 2012

Ocse: Il Fattore D vale l'1% di PIL

Se più donne lavorassero in Italia, il PIL crescerebbe dell'1% all'anno. La stima è nel report "Closing the gender gap" (chiudere il divario di genere, ndr) dell'Ocse.



venerdì 23 novembre 2012

Femminicidio: in Italia ogni 60 ore un delitto

L'uccisione di donne - il terribile fenomeno del "Femminicidio" - caratterizza i plumbei anni della recessione italiana. Non solo le donne in Italia sono vittime di un inarrestabile Gender Gap e non riescono a scalfire il "soffitto di cristallo", entrando nelle stanze del Potere (basta vedere l'oscuramento mediatico ai danni di Laura Puppato alle Primarie del centrosinistra, contro i riflettori accessi sui candidati uomini). Ma anche, il tragico fenomeno del Femminicidio, che in Italia falcidia una donna ogni 60 ore. ORA BASTA! L'Italia civile deve reagire. Questa è una vera emergenza, come dichiara anche l'onorevole Bongiorno.

venerdì 9 marzo 2012

Gender Gap: Italia 74esima: dietro Bangladesh, Namibia e Mozambico

Dal Report annuale su rapporto The global gender gap 2011 (WEF) emerge che l'Italia è in caduta libera nel Gender Gap. Nel 200p precipitava dal 67mo al 72mo posto della classifica. Ma ora è 74esima: dietro Bangladesh, Namibia e Mozambico. Meglio perfortuna di Pakistan, Ciad e Yemen, i fanalini di coda del Fattore D.
Più women friendly, sono l'Islanda, seguita dalla Norvegia, Finlandia e Svezia. Nella top 20 svettano Spagna, Germania e Regno Unito, mentre la Francia è solamente al 48mo posto. Ma pur sempre meglio dell'Italia.

lunedì 20 febbraio 2012

Quel tesor di Fattore D: Il lavoro delle donne conviene

Esiste un "Pink new deal":
1. Orientare le figlie femmini agli studi scientifici;
2. Incentivi fiscali per assunzioni;
3. Part-time e flessibilità;
5. politiche di conciliazione familiare;
6. credito d'imposta per retribuzioni basse;
7. la maternità non costa tanto come la RAI teme;

8. incentivi imprese "rosa";
9. quote di genere;
10. Congedo paternità obbligatorio.

Ecco un decalogo per portare le donne al lavoro. Perché se le occupate fossero 6 su 10, il PIL crescerebbe del 7%. S'impennerebbero entrate fiscali e previdenziali, stimolando la domanda interna. Un mercato del lavoro che promuove le Pari Opportunità, e non privilegi solo gli uomini, permetterebbe all'Italia di colmare il gap con gli altri paesi in merito al Divario di Genere.

  • Repubblica: Perché conviene investire sulle donne
  • I difetti di un mercato che privilegia l'uomo

mercoledì 19 ottobre 2011

Il Fattore D porterebbe all'Italia + 7 punti di PIL

«L'Italia nel divario di genere è tra i Paesi più arretrati». Nelle classifiche mondiali è al 74° posto su 134, «fanno meglio di noi tutti i Paesi europei, peggio solo il Giappone tra le maggiori economie industrializzate». Fabrizio Saccomanni, direttore generale della Banca d'Italia aprendo i lavori del convegno su "Crescita economica, equità, uguaglianza: il ruolo delle donne", non nasconde il problema. Il Fattore D porterebbe all'Italia + 7 punti di PIL. Per l'istruzione l'Italia è al 49° posto, ma sprofonda per il Gender Gap. Nel 2010 era occupato il 46,1% delle donne tra 15 e 64 anni, contro il 67,7% degli uomini: un divario accentuato a Sud, dove la Turchia batte Napoli e Crotone.

Anche il soffitto di cristallo non cede. Secondo Bankitalia sul 40% di dipendenti donne nel privato, con età compresa fra i 15 e i 44 anni, le dirigenti arrancano al 24%; nella fascia d'età tra 45 e 64 anni sprofondano al 15% sul 36% di presenza femminile occupata. La situazione migliora nella PA dove, a seconda dell'età, la percentuale rispettivamente sale al 45% e al 36%.

Ma inutile girarci intorno. Per Bankitalia, se l'Italia facesse suo l'obiettivo di Lisbona in merito all'occupazione femminile al 60%, il Prodotto interno lordo s'impennerebbe del 7%.

A quando un Premier donna?

martedì 6 settembre 2011

A piene mani nelle tasche delle donne

Non voleva mettere le "mani nelle tasche degli italiani". E invece il governo di Berlusconi ha pescato a piene mani, superando l'odiato Visco. E nelle tasche delle italiane, in pensione a 65 anni anche nel privato, ci è perfino affondato con i piedi. Non illudiamoci: il tesoretto frutto dell'aumento dell'età pensionabile delle donne non andrà a favore di nuovi asili nido. Non andrà a colmare il divario o ad aiutare le donne a rompere il "soffitto di cristallo". La politica schizofrenica dell'ultimo governo Berlusconi, che vede le donne (nel bene e nel male) protagoniste, completa l'opera, scippando gli ultimi scampoli di autonomia. Il Gender Gap in Italia aumenterà: perché le donne che guadagnavano di meno perché andavano in pensione prima (a fare le nonne), ora non avranno di certo aumenti di stipendio o più asili nido, ma soltanto un allungamento della vita lavorativa. Le figlie precarie non ottengono un contratto unico a tutele crescenti, che permette loro di fare figli all'età giusta, bensì avranno solo da rappezzare una coperta più lunga per la loro vita precaria prorogata... Le dispari opportunità, insomma, si accentuano. E a pagare il conto della crisi (una crisi testosteronica causata dall'ingordigia di troppi uomini) sono ancora una volta soprattutto le donne. Complimenti! Anche se lo chiamano "governo Penelope", perché fa la manovra di giorno e la disfa di notte, questo è il governo che meno ha amato le donne. Per lo meno, quelle libere e non merci in vendita.

giovedì 7 luglio 2011

La parità per le donne manager? Negli stipendi c'è, nella carriera no

Accidenti al soffitto di cristallo, più resistente e duro da scalfire del diamante. La parità per le donne manager c'è negli stipendi, ma non nella carriera. Lì il gender gap resiste eccome. Del resto se c'è chi si stupisce per una donna, brava, a capo del TG24 di Sky Italiana, beh... altro che maschilismo.

sabato 12 febbraio 2011

Italia, svegliati: Le donne italiane non sono uno stereotipo ma vogliono ABBATTERE IL GENDER GAP!

I Liberali neo-libertini dicono che le italiane devono fare ciò che vogliono ("E ci mancherebbe!"), ma poi in Tv la moglie è compunta e devota, la velina bella e scema, la donna in carriera acida e incattivita, e se la carriera fa flop (magari perché sorpassate dalla signorina che ha scoperto di "sedere sulla sua fortuna"... Così parlano gli eleganti liberali!), la prendono in giro tacciandola come "donna in corriera".

Le donne italiane chiedono RISPETTO e dicono BASTA. BASTA AGLI STEREOTIPI e AL GENDER GAP. Siamo donne e diciamo basta. Basta non solo al Sultano per il quale la meritocrazia è un fattore estetico e che scambia il Fattore B con il Lato B.

Le donne italiane danno i numeri. Dall'Invalsi e dai dati Ocse emerge che i maschi italiani sono sempre più indietro, cresce il divario dalle compagne, ma ciò nonostante in Italia cresce anche il Gender Gap.

Le donne italiane si diplomano e laureano di più e meglio, ma guadagnano il 16,8% meno dei colleghi maschi. Una donna su quattro abbandona il lavoro dopo la maternità. Su 100 bambini solo 10 trovano posto in un asilo nido (meno di 5 su 100 in uno comunale). Le donne ministro sono il 21% del totale, le parlamentari sono meno di un quinto. Nelle società quotate la presenza femminile nei Cda è appena al 6,8%; le donne Ad sfiorano il 3,8%.

L'Italia continua a perdere posizioni nella classifica delle pari opportunità tra uomini e donne: nel rapporto 2010 del World Economic Forum (Wef) l'Italia con il suo 74mo posto (su 134 Paesi analizzati) arretra di due posizioni rispetto al 2009 ed è il fanalino di coda dell'Unione Europea. Maglia nera UE, seguita, tra i Paesi avanzati, solo dal Giappone ma preceduta da Repubblica Domenicana, Vietnam, Ghana, Malawi, Romania e Tanzania. Ai vertici della classifica svettano, nell'ordine, Islanda, Norvegia, Finlandia e Svezia, in fondo ci sono Mali, Pakistan, Ciad e Yemen.

Questo significa che nel Paese esiste un gender gap? SI' ed è per questo che il 13 febbraio le donne italiane - stufe di essere divise fra sante e puttane (siamo solo felicemente donne!!!) - scendono in piazza. Per dire basta a un'Italia in crisi, non solo economica ma d'identità, e dove il Fattore De la Womenomics sono concetti "troppo sofisticati" per i liberali e non invece il pane quotidiano del nostro agire pubblico e privato.

Car* italian*, siamo donne: diciamo basta. Vogliamo il pane e le rose :)
M.C.

martedì 12 ottobre 2010

Pari opportunità: Italia, 74esima, è maglia nera della UE (Wef)

Nella classifica Wef l'Italia non migliora. Anzi: 74esima, è fanalino di coda per le Pari Opportunità della UE. La Svizzera è nella Top Ten, mentre da noi il Gender Gap aumenta e la Womenomics latita. E un ministro vuole togliere il Part-time nella PA? Tagli che, temiamo, andranno a colpire il Fattore D.

Intanto la disoccupazione non allenta la morsa: ad agosto l'Ocse conferma il tasso del 10,1% (in Italia è un modestissimo -0,2%). Come al solito: anche il problema del Gender Gap è legato alla scarsa crescita del paese.

[Forum PA: Rapporto "Gender Gap" del World Economic Forum per il 2010: l'Italia sempre più in basso
Leggi anche Paul Krugman su IlSole24Ore.com: Un Nobel a tre piazze per ritrovare il lavoro]


martedì 6 aprile 2010

La Rai non è la Bbc: con pochissime donne e troppi precari

La Rai, neanche quella dei tempi d'oro, non è mai stata la Bbc. La Rai è sinonimo di lottizzazione. La Rai è un carrozzone in "caduta libera" (perde share in "Free fall"). La Rai è un problema e non la soluzione?

Però. C'è un però. Busi sì Busi no (in fondo è una querelle fra una dipendente e il suo datore di lavoro: la lottizzazione è estranea all'atto di assunzione o all'eventuale "allontanamento" di un giornalista Rai? Ma quando mai?), Minzolini sì o no (questa invece è una questione pubblica: perché il suo TG1 avrebbe dato almeno un paio di notizie non vere senza rettifica), la vicenda Rai mette in luce la questione di genere e fa emergere altri nodi irrisolti.

Negli Usa Richard Posner ha scritto prima "Il fallimento del capitalismo" e ora ha mandato alle stampe "La crisi della democrazia capitalista". La crisi economica sta diventando una crisi della democrazia?

A giudicare anche dal "caso Rai", anche in Italia, parrebbe proprio di sì. Ormai in Italia, finita l'era delle lenzuolate liberiste, si sta tornando alle corporazioni e alla difesa degli orticelli (ognuno il suo e con sindrome Nimby ben accentuata).

Ma il caso Rai è anche uno specchio della società italiana dove il Gender Gap non demorde. Al Tg1 su 129 giornalisti soltanto 29 sono donne; su 27 dirigenti solo 2 sono donne. Ma alla Rai, su 2.300 giornalisti ben 600 sono precari. Tutto bene dunque, anche se Minzolini e Busi facessero pace? No. I problemi Rai vanno ben oltre i personalismi e la "fidelizzazione dei (soliti) volti noti".

Ebbene no: la Rai non è la Bbc. E chi difende a spada tratta la Rai degli ultimi 30 anni come "esempio di democrazia", difende de facto la lottizzazione, il Gender Gap, l'auto-referenzialità dei media e la crisi della politica (e forse anche della democrazia). Cui prodest?