Nessun moralismo su Fabio Fazio: la nostra è una denuncia contro il nepotismo e le raccomandazioni, un male endemico italiano che sta rovinando la principale industria culturale in Italia, la RAI. La nostra è una denuncia contro le voragini di bilancio che rischiano di mandare in rosso la RAI mentre noi paghiamo il canone - e più canoni se si possiedono più case. Scrive Aldo Grasso: "Decide il mercato, soldi ben spesi se il programma ha un buon ritorno pubblicitario. Calmierare i compensi è opportuno". Benissimo, vero. E agginge: "Se c’è da calmierare i compensi, la battaglia è più che giusta.
Se c’è da promuovere una campagna di «pulizia etnica» per restituire
verginità a Viale Mazzini bisognerebbe cominciare a denunciare tutte
quelle persone che occupano indegnamente un posto, dirigenti compresi,
tutti quei conduttori che sono stati messi lì grazie a una
raccomandazione e fanno flop, tutti i «fornitori» che profittano di un
intervento dall’alto. Ho più volte criticato «Che tempo che fa» ma
dovessi stabilire un ordine nell’epurazione non mi sentirei certo di
considerare la trasmissione una priorità". Verissimo. Però facciamo questa battaglia. Non per moralismo, ma perché gli italiani sono stufi di pagare il canone su ogni casa, per vedere una RAI inguardabile.
Il blog Vecchiefarab(r)utte è dedicato a tutte le donne (e cyber-attiviste) che in Italia quotidianamente subiscono (o avvertono) discriminazioni in base al sesso e sono sottoposte alle (dis)pari opportunità
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mercoledì 16 ottobre 2013
Nessun moralismo su Fabio Fazio. Ma la RAI deve cambiare pagina
martedì 8 novembre 2011
Il dramma della RAI: Mazza è già con il trolley pronto...
Uno strepitoso Fiorello: "Se cade, un minuto di silenzio. Mazza sta già col trolley...". Ma il vero dramma della RAI sono altri: un giornalismo mortificato e calpestato, una casta strapagata, una serie di benefit lunari, un'occupazione militare per creare il Reality Distortion Field (RDF) berlusconiano...
Il direttore generale Mauro Masi ha lasciato un debito che raggiunge i 320 milioni di euro.
Rai-Set, la Rai al servizio di Mediaset, ha distrutto intere professinalità. E anche Mediaset non se la passa tanto bene.
A chi verrà dopo Berlusconi, chiediamo una RAI libera: basta con lottizzazioni, basta con designazione politica dei direttori di Testata e di Rete, basta con l'occupazione delle posizioni chiave della fascia alta della direzione aziendale e della stessa struttura industriale della Rai.
La battaglia sul conflitto di interessi e sull'indipendenza della Rai dovranno essere una priorità politicadel prossimo governo.
Il direttore generale Mauro Masi ha lasciato un debito che raggiunge i 320 milioni di euro.
Rai-Set, la Rai al servizio di Mediaset, ha distrutto intere professinalità. E anche Mediaset non se la passa tanto bene.
A chi verrà dopo Berlusconi, chiediamo una RAI libera: basta con lottizzazioni, basta con designazione politica dei direttori di Testata e di Rete, basta con l'occupazione delle posizioni chiave della fascia alta della direzione aziendale e della stessa struttura industriale della Rai.
La battaglia sul conflitto di interessi e sull'indipendenza della Rai dovranno essere una priorità politicadel prossimo governo.
mercoledì 4 maggio 2011
Al vertice della Rai una donna (ed è la prima volta)
Archiviata - si spera: per sempre - la (controversa? terrificante?) dirigenza Masi, arriva una donna - ed è la prima volta - ai vertici della Rai. Prima, Moratti ed Annunziata, si erano fermate alla presidenza, un posto di prestigio ma privo di vero potere. Lorenza Lei è stata designata all'unanimità dal Consiglio di Amministrazione della Rai come nuovo direttore generale. Non è di sinistra, è stimata in Vaticano, ma non avrebbe pregiudizi contro Santoro.
Il punto non è se "si poteva scegliere di meglio" (certo che sì), ma che si è sdoganata un'alta poltrona al femminile. Lorenza Lei eserciterà un potere che alla donne nei Mass Media italiani (dove le donne Direttori di giornali, non espressamente "femminili", si contano sulle dita delle mani...) era finora stato precluso. Sergio Zavoli, presidente della commissione di vigilanza Rai, ha commentato: "Apprezzo senza riserve la scelta di un direttore generale donna per una ragione non unica nè semplice: perchè una nuova sensibilità istituzionale, cioè, potrebbe porsi, tra l'altro, il problema di come viene rappresentata la personalità femminile sugli schermi del servizio pubblico".
Finalmente per le donne, almeno nel Servizio Pubblico, si apre una nuova stagione. Ringraziamo Zanardo - Lerner per la loro coraggiosa e positiva battaglia. Che non finisce qui: toccherà a Mediaset restituire in futuro la dignità alle donne, archiviando per sempre le "riprese ginecologiche" e altro (anche le battutine del situazionista(?) di Striscia: anche sui giornali non ci piacciono le immagini "solo per vendere" dei lati A-B-C-D... non solo in Tv; e poi basta con il "così fan tutti" per dire che allora tanto vale tenerci quest'immagine degradata delle donne... Basta, grazie).
Siamo sicuri che anche Mediaset vorrà rispondere a questa sfida: prima o poi... Un consiglio: meglio "prima che poi", le donne non vi mancano. Senza lifting e con la testa come Lorenza Lei, è meglio.
Il punto non è se "si poteva scegliere di meglio" (certo che sì), ma che si è sdoganata un'alta poltrona al femminile. Lorenza Lei eserciterà un potere che alla donne nei Mass Media italiani (dove le donne Direttori di giornali, non espressamente "femminili", si contano sulle dita delle mani...) era finora stato precluso. Sergio Zavoli, presidente della commissione di vigilanza Rai, ha commentato: "Apprezzo senza riserve la scelta di un direttore generale donna per una ragione non unica nè semplice: perchè una nuova sensibilità istituzionale, cioè, potrebbe porsi, tra l'altro, il problema di come viene rappresentata la personalità femminile sugli schermi del servizio pubblico".
Finalmente per le donne, almeno nel Servizio Pubblico, si apre una nuova stagione. Ringraziamo Zanardo - Lerner per la loro coraggiosa e positiva battaglia. Che non finisce qui: toccherà a Mediaset restituire in futuro la dignità alle donne, archiviando per sempre le "riprese ginecologiche" e altro (anche le battutine del situazionista(?) di Striscia: anche sui giornali non ci piacciono le immagini "solo per vendere" dei lati A-B-C-D... non solo in Tv; e poi basta con il "così fan tutti" per dire che allora tanto vale tenerci quest'immagine degradata delle donne... Basta, grazie).
Siamo sicuri che anche Mediaset vorrà rispondere a questa sfida: prima o poi... Un consiglio: meglio "prima che poi", le donne non vi mancano. Senza lifting e con la testa come Lorenza Lei, è meglio.
- l'Espresso: Rai, chi è la nuova boss di Denise Pardo
- Corriere.it: Ma gli imprenditori vogliono cambiareil Paese?| Il video
giovedì 7 aprile 2011
Appello per una OpenRai per denunciare tutti gli sprechi della Tv pubblica
Sul modello di OpenPolis, si potrebbe aprire OpenRai. Si potrebbero raccogliere tutti i pezzi di Aldo Grasso sul Corriere della Sera, le denunce de L'Espresso (vedi blog Piovono Rane di A. Gilioli e il recente articolo Minzo-Riotta), un elenco sugli "sprechi Rai"; su queste strane "coincidenze", sui figli-nipoti di... (pure coincidenze, immaginiamo...). Per denunciare che cosa che succede alla Tv di stato. Lo sappiamo: Aldo Grasso ci tiene aggiornatissimi, ma qui è urgente un bel Database per non perderci neanche mezza news, per rendere tutti partecipi... Qualcuno dovrà pagare poi il conto di questa pessima stagione, o come al solito dovranno sobbarcarsi l'obolo gli italiani, zitti e muti?
Chi potrebbe aprire OpenRai? Le scuole di comunicazione e giornalismo, sono le più adatte. La trasparenza è tutto nel servizio pubblico; per uscire dal tunnel dell'oscurantismo, a volte basta un Tweet (vedi Nord-Africa). Chissà che l'Italia non si svegli prima o poi...
Chi potrebbe aprire OpenRai? Le scuole di comunicazione e giornalismo, sono le più adatte. La trasparenza è tutto nel servizio pubblico; per uscire dal tunnel dell'oscurantismo, a volte basta un Tweet (vedi Nord-Africa). Chissà che l'Italia non si svegli prima o poi...
mercoledì 5 maggio 2010
Troppa libertà di stampa? Non al TG1, suvvia...
La Rai non è la Bbc, su questo non ci sono dubbi. Ma il TG1, il telegiornale della rete ammiraglia, assomiglia sempre più a una "telestreet di quartiere" dove il folklore fa la parte del leone. Ieri la notizia delle dimissioni di Scajola alle 13.30 (servizio clou della settimana politica) è scivolata in terza notizia: che scaletta audace, mister Minzolini!
Perfortuna il Premier Silvio Berlusconi, tycoon della Tv privata, ci ha ricordato che in Italia c'è fin troppa libertà di stampa.
Forse pensava alla libertà di sparare a raffica notizie su cani e gatti come quelle riportate da Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera di oggi? Il che la dice lunga sullo stato della libertà di stampa del Direttorissimo (Ipse Dixit) al TG1!
Secondo RSf l'Italia è scivolta dal 44esimo al 49esimo posto. Freedom House, l'organizzazione non governativa che promuove la democrazia, ha relegato l'Italia al 72esimo posto nella classifica mondiale e al 24esimo tra le 25 nazioni dell'Europa occidentale: Italy is «partly free», solo parzialmente libera.
Questo per dire che la libertà di stampa, Mister President, è proprio un'altra cosa dai Tg nazionali. Usate Internet e comprate i giornali, sarà meglio! :)
Perfortuna il Premier Silvio Berlusconi, tycoon della Tv privata, ci ha ricordato che in Italia c'è fin troppa libertà di stampa.
Forse pensava alla libertà di sparare a raffica notizie su cani e gatti come quelle riportate da Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera di oggi? Il che la dice lunga sullo stato della libertà di stampa del Direttorissimo (Ipse Dixit) al TG1!
Secondo RSf l'Italia è scivolta dal 44esimo al 49esimo posto. Freedom House, l'organizzazione non governativa che promuove la democrazia, ha relegato l'Italia al 72esimo posto nella classifica mondiale e al 24esimo tra le 25 nazioni dell'Europa occidentale: Italy is «partly free», solo parzialmente libera.
Questo per dire che la libertà di stampa, Mister President, è proprio un'altra cosa dai Tg nazionali. Usate Internet e comprate i giornali, sarà meglio! :)
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mercoledì 7 aprile 2010
Videocracy in rosa e le "hostess dell'informazione": il giornalismo senza meritocrazia non è "cane da guardia" del potere
Sono state (e alcune sono tuttora) belle, forse oltre gli standard Bbc, le tele-giornaste dei TG della Rai. Come le hostess Alitalia, famose nel mondo per la loro avvenenza. Ma la camicetta sbottonata al "punto giusto", il "paio di gambe" sotto il tavolo trasparente, lo "sguardo seducente", i ritocchini, il porgere le notizie con "tono carezzevole" e talora lo "sguardo ammiccante", hanno fatto il loro bene? Ma soprattutto hanno fatto il "bene" del giornalismo dalla schiena dritta e watch-dog? Quante di loro diventeranno direttori di Tg con l'autorevolezza di Bianca Berlinguer (mai ammiccante e carezzevole)?
Se la Rai non è la Bbc, non è solo responsabilità di improbabili direttorissimi (che s'inventano ancor meno autorevoli ed evanescenti editoriali non di carta) e sgomitanti redattori maschi. La meritocrazia insomma non è un optional.
Diciamo la verità: le tele-giornaliste italiane, tutte troppo belle (mai brutte, pura casualità?), sono tutte-tutte autorevoli (come Berlinguer, Botteri, Maggioni e Gabanelli... tanto per citare le più famose!) o a volte hanno strizzato l'occhio al ruolo incerto di "hostess dell’informazione" come tempo fa ha scritto con consueta ironia e chirurgica spietatezza il più famoso critico televisivo italiano, Aldo Grasso?
Fare carriera con lottizzazioni e bellezza, paga? Oppure fa deragliare l'autorevolezza?
Il tempo passa inesorabile e senza pietas per tutti: costruire una carriera sull'avvenenza e sulla gioventù è un'arma a doppio taglio. Prima o poi si ritorcerà contro le donne che ci "hanno giocato su". Perché ci sarà sempre una donna più seducente, più ammiccante, più carina di noi: ma soprattutto più giovane e più propensa a compromessi di tutte noi. E il rischio è quello di essere messe in soffitta come Marx e le vecchie ciabatte, senza che nessuno si ricordi del nostro lavoro. Ne vale la pena?
Con questo chiudiamo l'auto-referenziale trittico sulle donne in Tv. La video-cracy impera dai Tg al talk-show. Denunciarlo è come scoprire l'acqua calda: banale :(
Però metterlo nero su bianco, può essere utile e istruttivo per le giovani tele-giornaliste di domani (largo alle giovani: toccherà a voi, ragazze!): puntate solo e soltanto sulla meritocrazia, e mai (mai!) su tessere, lottizzazioni e bellezza.
Dum loquimur, fugit invida aetas (Orazio)
Se la Rai non è la Bbc, non è solo responsabilità di improbabili direttorissimi (che s'inventano ancor meno autorevoli ed evanescenti editoriali non di carta) e sgomitanti redattori maschi. La meritocrazia insomma non è un optional.
Diciamo la verità: le tele-giornaliste italiane, tutte troppo belle (mai brutte, pura casualità?), sono tutte-tutte autorevoli (come Berlinguer, Botteri, Maggioni e Gabanelli... tanto per citare le più famose!) o a volte hanno strizzato l'occhio al ruolo incerto di "hostess dell’informazione" come tempo fa ha scritto con consueta ironia e chirurgica spietatezza il più famoso critico televisivo italiano, Aldo Grasso?
Fare carriera con lottizzazioni e bellezza, paga? Oppure fa deragliare l'autorevolezza?
Il tempo passa inesorabile e senza pietas per tutti: costruire una carriera sull'avvenenza e sulla gioventù è un'arma a doppio taglio. Prima o poi si ritorcerà contro le donne che ci "hanno giocato su". Perché ci sarà sempre una donna più seducente, più ammiccante, più carina di noi: ma soprattutto più giovane e più propensa a compromessi di tutte noi. E il rischio è quello di essere messe in soffitta come Marx e le vecchie ciabatte, senza che nessuno si ricordi del nostro lavoro. Ne vale la pena?
Con questo chiudiamo l'auto-referenziale trittico sulle donne in Tv. La video-cracy impera dai Tg al talk-show. Denunciarlo è come scoprire l'acqua calda: banale :(
Però metterlo nero su bianco, può essere utile e istruttivo per le giovani tele-giornaliste di domani (largo alle giovani: toccherà a voi, ragazze!): puntate solo e soltanto sulla meritocrazia, e mai (mai!) su tessere, lottizzazioni e bellezza.
Dum loquimur, fugit invida aetas (Orazio)
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martedì 6 aprile 2010
La Rai non è la Bbc: con pochissime donne e troppi precari
La Rai, neanche quella dei tempi d'oro, non è mai stata la Bbc. La Rai è sinonimo di lottizzazione. La Rai è un carrozzone in "caduta libera" (perde share in "Free fall"). La Rai è un problema e non la soluzione?
Però. C'è un però. Busi sì Busi no (in fondo è una querelle fra una dipendente e il suo datore di lavoro: la lottizzazione è estranea all'atto di assunzione o all'eventuale "allontanamento" di un giornalista Rai? Ma quando mai?), Minzolini sì o no (questa invece è una questione pubblica: perché il suo TG1 avrebbe dato almeno un paio di notizie non vere senza rettifica), la vicenda Rai mette in luce la questione di genere e fa emergere altri nodi irrisolti.
Negli Usa Richard Posner ha scritto prima "Il fallimento del capitalismo" e ora ha mandato alle stampe "La crisi della democrazia capitalista". La crisi economica sta diventando una crisi della democrazia?
A giudicare anche dal "caso Rai", anche in Italia, parrebbe proprio di sì. Ormai in Italia, finita l'era delle lenzuolate liberiste, si sta tornando alle corporazioni e alla difesa degli orticelli (ognuno il suo e con sindrome Nimby ben accentuata).
Ma il caso Rai è anche uno specchio della società italiana dove il Gender Gap non demorde. Al Tg1 su 129 giornalisti soltanto 29 sono donne; su 27 dirigenti solo 2 sono donne. Ma alla Rai, su 2.300 giornalisti ben 600 sono precari. Tutto bene dunque, anche se Minzolini e Busi facessero pace? No. I problemi Rai vanno ben oltre i personalismi e la "fidelizzazione dei (soliti) volti noti".
Ebbene no: la Rai non è la Bbc. E chi difende a spada tratta la Rai degli ultimi 30 anni come "esempio di democrazia", difende de facto la lottizzazione, il Gender Gap, l'auto-referenzialità dei media e la crisi della politica (e forse anche della democrazia). Cui prodest?
Però. C'è un però. Busi sì Busi no (in fondo è una querelle fra una dipendente e il suo datore di lavoro: la lottizzazione è estranea all'atto di assunzione o all'eventuale "allontanamento" di un giornalista Rai? Ma quando mai?), Minzolini sì o no (questa invece è una questione pubblica: perché il suo TG1 avrebbe dato almeno un paio di notizie non vere senza rettifica), la vicenda Rai mette in luce la questione di genere e fa emergere altri nodi irrisolti.
Negli Usa Richard Posner ha scritto prima "Il fallimento del capitalismo" e ora ha mandato alle stampe "La crisi della democrazia capitalista". La crisi economica sta diventando una crisi della democrazia?
A giudicare anche dal "caso Rai", anche in Italia, parrebbe proprio di sì. Ormai in Italia, finita l'era delle lenzuolate liberiste, si sta tornando alle corporazioni e alla difesa degli orticelli (ognuno il suo e con sindrome Nimby ben accentuata).
Ma il caso Rai è anche uno specchio della società italiana dove il Gender Gap non demorde. Al Tg1 su 129 giornalisti soltanto 29 sono donne; su 27 dirigenti solo 2 sono donne. Ma alla Rai, su 2.300 giornalisti ben 600 sono precari. Tutto bene dunque, anche se Minzolini e Busi facessero pace? No. I problemi Rai vanno ben oltre i personalismi e la "fidelizzazione dei (soliti) volti noti".
Ebbene no: la Rai non è la Bbc. E chi difende a spada tratta la Rai degli ultimi 30 anni come "esempio di democrazia", difende de facto la lottizzazione, il Gender Gap, l'auto-referenzialità dei media e la crisi della politica (e forse anche della democrazia). Cui prodest?
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Maria Luisa Busi,
Rai
L'anchorwoman Busi, il vittimismo, le precarie e i conti in rosso della Rai
Non mi piace come giornalista la dottoressa Maria Luisa Busi (le cui interviste sono un po' scipite; i cui interventi in studio, per legare un servizio all'altro, a volte sono di una banalità sconcertante e "da casalinga di Voghera": ma sono convinta che la nota casalinga sarebbe più precisa e incisiva!). Ma neanche mi piace il Tg di Augusto Minzolini, 52 anni, appena votato "secondo cortigiano d'Italia" (che ha sperperato il buon lavoro avviato da Riotta, soprattutto nella seconda parte del suo mandato, dopo aver abbandonato il "doping da cronaca nera" e aver intrapreso un interessante "svecchiamento dei contenuti", senza cadere nel folklore). Quindi sarò, mi auguro, "equidistante".
Il vittimismo della dottoressa Busi, volto noto del TG1, è tuttavia interessante per fare altre considerazioni sulla Rai e sullo stato del giornalismo e del precariato nell'editoria declinato al femminile.
Non sappiamo se Busi sia davvero vittima del mobbing (se lo è, ecco la nostra solidarietà: come a ogni donna e uomo in simili situazioni).
Però Busi si comporta da celebrity e da Vip sull'"orlo della crisi di nervi", e non da professionista. Non da lavoratrice in difficoltà. Il suo sfogo sfiora genericamente, e solo per inciso (in modo quasi strumentale...), il tema della precarietà nel giornalismo: giornaliste molto meno famose di lei, lavorano sempre, in ogni condizione (senza giorni di malattia e ferie, se non quelle decise dall'editore), senza lamentarsi in interviste molto pubblicizzate su La Repubblica eccetera. Siamo convinte che Busi, se uscisse dalla Rai, troverebbe subito lavoro ovunque lei desideri, senza il thrilling di tante precarie del mondo dell'informazione. Perché allora tanto vittimismo?
Al Tg1 su 129 giornalisti 29 sono donne; su 27 dirigenti solo 2 sono donne. Ma alla Rai, in un carrozzone di 2.300 giornalisti, ben 600 sono precari. Perché dobbiamo solidarizzare con Busi invece che con i 600 precari? I 600 precari non temono il mobbing e la perdita del lavoro? Cosa teme Busi, di finire nelle retrovie della Rai (con lauto stipendio e Welfare) oppure addirittura di essere licenziata?
Non lo sappiamo. Ma la vera domanda è un'altra: dietro al vittimismo dei giornalisti Rai, cosa c'è? Quanto costa la Rai?
"Secondo Massimo Mucchetti di Corriere.it (...), da alcune 'carte di lavoro' riferite all'anno 2008, si evince che, per Raiuno, le spese relative alla produzione di programmi, compresa l'attribuzione proporzionale delle spese di staff, dei servizi e di Rai Way, sono state di 1021 milioni di euro. Per farla facile, più di un miliardo. Raidue, invece, ha speso qualcosa come 606,2 milioni, cifra inferiore rispetto quella di Raitre, 819,3 milioni, che tuttavia è 'viziata' dagli altissimi costi destinati alla programmazione regionale (oltre 348 milioni di euro). Il tutto, precisa Mucchetti, considerando che l'audience di Raitre è solo di un punto inferiore a quello di Raidue (il 10% contro l'11%). Insomma, facendo un rapido calcolo, la spesa complessiva va quasi a toccare i due miliardi e mezzo di euro. Ma le trasmissioni televisive? Insomma, i vari talk-show che spaziano dall'attualità alla politica, dai sentimenti alla cucina, dal sesso alla medicina? E che dire dei vari reality show? È giusto che si spenda tanto per questi prodotti? Ed ecco che si torna ai compensi dei conduttori. I programmi, giustamente, costano, così come giustamente costa chi li conduce, soprattutto se è una persona capace di fare bene il proprio lavoro. La domanda corretta, però, è qual è il giusto prezzo da pagare per la presenza sulla tv pubblica di certi personaggi (giornalisti, conduttori e via dicendo), insomma per tutti quei nomi che, in virtù del loro lavoro, assurgono al ruolo di celebrità e vengono retribuiti come tali" (fonte: A. Giannino su IMGPress.it).
Ecco da giornaliste, che lavorano 8-10 ore al giorno, senza orari e senza giorni di malattia, per 1.020 euro nette al mese, il vittimismo della D.ssa Busi ci lascia molto perplesse e pare un po' "sopra le righe", degno di una celebrity più che di una professionista. Sul mobbing, non giudichiamo (solidarietà a prescindere). Busi non è Milena Gabanelli dello splendido Report, ma neanche Lilli Gruber (che a Otto e 1/2 su La7 regge un'intera trasmissione da sola) né ha il piglio di Monica Maggioni o la capacità di "raccontare" di Giovanna Botteri. Nè il TG1 ha mai retto né regge il confronto con tutta RaiNews24, l'unica bella Tv all news italiana (un gioiellino in Digitale Terrestre. Già meglio del TG1 è il TeleVideo).
A una generica solidarietà in rosa preferiamo la meritocrazia. Senza se e senza ma :)
Il vittimismo della dottoressa Busi, volto noto del TG1, è tuttavia interessante per fare altre considerazioni sulla Rai e sullo stato del giornalismo e del precariato nell'editoria declinato al femminile.
Non sappiamo se Busi sia davvero vittima del mobbing (se lo è, ecco la nostra solidarietà: come a ogni donna e uomo in simili situazioni).
Però Busi si comporta da celebrity e da Vip sull'"orlo della crisi di nervi", e non da professionista. Non da lavoratrice in difficoltà. Il suo sfogo sfiora genericamente, e solo per inciso (in modo quasi strumentale...), il tema della precarietà nel giornalismo: giornaliste molto meno famose di lei, lavorano sempre, in ogni condizione (senza giorni di malattia e ferie, se non quelle decise dall'editore), senza lamentarsi in interviste molto pubblicizzate su La Repubblica eccetera. Siamo convinte che Busi, se uscisse dalla Rai, troverebbe subito lavoro ovunque lei desideri, senza il thrilling di tante precarie del mondo dell'informazione. Perché allora tanto vittimismo?
Al Tg1 su 129 giornalisti 29 sono donne; su 27 dirigenti solo 2 sono donne. Ma alla Rai, in un carrozzone di 2.300 giornalisti, ben 600 sono precari. Perché dobbiamo solidarizzare con Busi invece che con i 600 precari? I 600 precari non temono il mobbing e la perdita del lavoro? Cosa teme Busi, di finire nelle retrovie della Rai (con lauto stipendio e Welfare) oppure addirittura di essere licenziata?
Non lo sappiamo. Ma la vera domanda è un'altra: dietro al vittimismo dei giornalisti Rai, cosa c'è? Quanto costa la Rai?
"Secondo Massimo Mucchetti di Corriere.it (...), da alcune 'carte di lavoro' riferite all'anno 2008, si evince che, per Raiuno, le spese relative alla produzione di programmi, compresa l'attribuzione proporzionale delle spese di staff, dei servizi e di Rai Way, sono state di 1021 milioni di euro. Per farla facile, più di un miliardo. Raidue, invece, ha speso qualcosa come 606,2 milioni, cifra inferiore rispetto quella di Raitre, 819,3 milioni, che tuttavia è 'viziata' dagli altissimi costi destinati alla programmazione regionale (oltre 348 milioni di euro). Il tutto, precisa Mucchetti, considerando che l'audience di Raitre è solo di un punto inferiore a quello di Raidue (il 10% contro l'11%). Insomma, facendo un rapido calcolo, la spesa complessiva va quasi a toccare i due miliardi e mezzo di euro. Ma le trasmissioni televisive? Insomma, i vari talk-show che spaziano dall'attualità alla politica, dai sentimenti alla cucina, dal sesso alla medicina? E che dire dei vari reality show? È giusto che si spenda tanto per questi prodotti? Ed ecco che si torna ai compensi dei conduttori. I programmi, giustamente, costano, così come giustamente costa chi li conduce, soprattutto se è una persona capace di fare bene il proprio lavoro. La domanda corretta, però, è qual è il giusto prezzo da pagare per la presenza sulla tv pubblica di certi personaggi (giornalisti, conduttori e via dicendo), insomma per tutti quei nomi che, in virtù del loro lavoro, assurgono al ruolo di celebrità e vengono retribuiti come tali" (fonte: A. Giannino su IMGPress.it).
Ecco da giornaliste, che lavorano 8-10 ore al giorno, senza orari e senza giorni di malattia, per 1.020 euro nette al mese, il vittimismo della D.ssa Busi ci lascia molto perplesse e pare un po' "sopra le righe", degno di una celebrity più che di una professionista. Sul mobbing, non giudichiamo (solidarietà a prescindere). Busi non è Milena Gabanelli dello splendido Report, ma neanche Lilli Gruber (che a Otto e 1/2 su La7 regge un'intera trasmissione da sola) né ha il piglio di Monica Maggioni o la capacità di "raccontare" di Giovanna Botteri. Nè il TG1 ha mai retto né regge il confronto con tutta RaiNews24, l'unica bella Tv all news italiana (un gioiellino in Digitale Terrestre. Già meglio del TG1 è il TeleVideo).
A una generica solidarietà in rosa preferiamo la meritocrazia. Senza se e senza ma :)
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